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Renzi insiste: serve un piano per ripartire subito, progettando la riapertura di fabbriche e chiese. Coro di no dai medici. Il premier allunga le misure di emergenza nelle attività produttive. Non si torna in aula dopo il 3 aprile: nessuna data per il rientro

Roma, 28 marzo 2020 – All’ora di cena Conte dice agli italiani che devono armarsi di pazienza. “La sospensione dell’attività didattica continuerà oltre il 3 aprile. Quanto alle attività produttive decideremo la prossima settimana, con il comitato tecnico-scientifico”. Ma è chiaro che, salvo possibili limature, resteranno chiuse anche quelle. Del resto, spiega il premier, il lockdown serve anche all’economia: “Confidiamo che ne possa derivare una fuoriuscita dall’emergenza più rapida possibile e, quindi, una ripresa di tutte le attività”.

Eccola qui la risposta all’interrogativo che Renzi aveva posto all’inizio della giornata: c’è una exit strategy dall’emergenza Coronavirus? “Serve un piano per la riapertura e serve ora. Le fabbriche devono riaprire prima di Pasqua. Poi il resto. I negozi, le scuole, le librerie, le Chiese”. La proposta è considerata “prematura” da Palazzo Chigi e viene sommersa di critiche tanto dai politici di maggioranza e opposizione quanto dagli scienziati che ipotizzano – nel migliore dei casi – un prolungamento della chiusura per tutto il prossimo mese.

“La situazione è talmente grave da rendere irrealistico qualsiasi progetto di riapertura a breve”, riassume umori comuni il virologo Roberto Burioni. In realtà il capo di Iv era ben consapevole dell’accoglienza che sarebbe stata riservata alla sua proposta. Ha deciso di lanciarla lo stesso (benché poi in serata assicuri: “Non sto indicando una data, dico che bisogna iniziare a ragionare su come riaprire”) come investimento per il futuro. Ben sapendo che il problema che oggi viene accantonato in nome dell’urgenza sanitaria riemergerà gioco forza nel giro di poche settimane. Ci tiene a non lasciare a nessuno la bandiera del rappresentante degli interessi delle attività produttive. Se è chiaro a tutti che rimettere in moto l’Azienda Italia non è come accendere o spegnere un interruttore, sono settimane che gli addetti ai lavori si interrogano sul processo di normalizzazione, quello che gli inglesi definiscono “endgame”, il finale.

Anche perché, come ha ricordato qualche giorno fa il leader degli industriali Boccia, “la guerra al virus ci costa 100 miliardi al mese”. E dunque? Dunque non ha dubbi la sua vice, Licia Mattioli: “Bisogna allentare la serrata il prima possibile. Non possiamo reggere a lungo: le aziende italiane sono in difficoltà sia sul fronte interno sia su quello esterno”.

Se la Germania ha già preparato un piano per il ’dopo’, in Italia tra gli esperti di ipotesi ne girano tante: dalla riapertura per zone geografiche a quella “elastica”, da quella per tipologia di lavoro per arrivare alla più gettonata: quella per fasce d’età. “Dovremo copiare Israele e prevedere 3 fasce: una verde fino a 55 anni che riparte al massimo tra 3/4 settimane. Una gialla da 55-65, con un rientro posticipato al lavoro di circa un mese. E una rossa obbligata a restare a casa”, non ha dubbi Giovanni Cagnoli presidente di Carisma.

Bisogna fare in fretta, rilancia Giovanni Tamburi (Tip): “Se le imprese non riapriranno entro metà aprile e i negozi a seguire, il nostro sistema industriale rischia il collasso“. E Mingardi, direttore dell’istituto Leoni, chiosa: “La pandemia stravolgerà interi settori. Vanno aiutati a cambiare pelle”. Discorsi avventati, a sentire chi combatte in prima linea il Coronavirus. “Serve molta attenzione – osserva il virologo Pregliasco –. Bisognerà realisticamente aspettare la fine di aprile per mettere da parte le misure”. E l’epidemiologo Lopalco aggiunge: “Follia pensare di riaprire le scuole il 4 maggio. Fare proclami in questo momento è sbagliato”.

Fonte : www.quotidiano.net

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